25 anni dopo la strage di via D’Amelio cosa resta dell’eredità morale di Paolo Borsellino

Via d'Amelio dopo l'attentato a Borsellino il 19 luglio 1992

Nonostante siano trascorsi 25 anni dall’attentato di via D’Amelio rimane sempre vivo il ricordo di quei tragici momenti vissuti con le immagini delle edizioni straordinarie del telegiornale che tra le macchine squarciate, le fiamme sull’asfalto e i fumi neri annunciavano la morte del giudice Paolo Borsellino e della sua scorta.

Come sempre un attentato perfetto, tritolo in abbondanza per non lasciare scampo a nessuno per evitare che i sopravvissuti potessero ricordare le doti di un giudice che aveva preso sulle spalle l’eredità di Giovanni Falcone ammazzato, sempre a Palermo, 57 giorni prima.

Era il 1992 e l’Italia delle mazzette e delle tangenti stava per arrivare al suo capolinea, almeno momentaneo e i partiti della prima repubblica sarebbero stati travolti dagli scandali e dalle inchieste che rispetto a quello che è successo negli anni successivi sarebbero comunque sembrate dei peccati veniali.

Quel boato in via D’Amelio segnò l’inizio della deflagrazione dei partiti tradizionali, ancorati alle ideologie del ventesimo secolo e che erano stati tuttavia un collante per sconfiggere la dittatura fascista e un terreno fertile per la stesura di una nuova costituzione.

Nel 1992 si celebravano in tutte le piazze italiane le feste dei partiti e le serate d’estate erano anche l’occasione per discutere del futuro e delle prospettive della nostra società.

Erano gli anni in cui si guardava ad un’Europa amica che nata sui frantumi del muro di Berlino avrebbe consentito ai giovani di avere un linguaggio e un orizzonte comune.

Ma c’era anche la mafia, forte, potente, ben rappresentata nello Stato, al governo delle banche e soprattutto protetta da una rete di insospettabili colletti bianchi tra cui numerosi parlamentari.

Paolo Borsellino aveva nelle mani documenti importanti, annotati sulla famosa agenda rossa che poi nella confusione dell’attentato qualcuno dei servizi segreti avrebbe fatto sparire.

Paolo Borsellino aveva fretta perché capiva che la diffidenza dello Stato e l’incredulità delle istituzioni erano un viatico per il suo isolamento e quasi un messaggio in codice che autorizzava il braccio armato della mafia a farlo fuori.

25 anni sono passati dal 19 luglio 1992 e anche l’Italia ha cambiato umore ed interessi.

Si è perso traccia delle feste dell’amicizia e dell’unità, per immergersi ovunque, nei percorsi enogastronomici che hanno invaso tutti i borghi d’Italia.

Non si parla più né di mafia e né di corruzione ma solo di come arginare l’arrivo degli stranieri e bloccare le carrette del mare.

L’Europa non è più la casa comune dove potersi ritrovare ma il condominio da cui fuggire.

La politica è di un altro livello, decadente e dominata dai sondaggi e dai malumori popolari.

Paolo Borsellino si affidava ai giovani e quando ancora nelle scuole si poteva parlare della mafia invitava tutti a “… sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si contrappone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità” Caro Paolo l’aria è cambiata e oggi è sempre più difficile promuovere il tuo pensiero.

Non sono bastate le bombe a smuovere la coscienza degli italiani.

Il sindaco di Pastena Arturo Gnesi