I Tammurriata Mea incantano San Vittore

Quando Arbore duetta con i registri della lirica. Magistrale. In altro modo non potrebbe definirsi l’esibizione del gruppo Tammurriata Mea a San Vittore del Lazio. In piazza Corte dei Santi e per iniziativa di un locale cittadino, l’Arci Nuova, l’ensemble santeliano ha snocciolato nella serata di venerdì, con maestria ed assoluto rispetto per un repertorio in fisiologia di pentagramma impegnativo, il meglio della tradizione partenopea classica. Architrave del gruppo e delle esibizioni con cui si sta affermando quel suo mix fra ortodossia partenopea e “impunite” contaminazioni, la voce estesa e pastosamente tiranna della soprano Carla Mazzarella, chimera di pregio a metà fra impostazione ed istrionismo. Con lei, a dare corpo, struttura e canone alle canzoni, un quintetto di assoluta solidità, fatto di professionalità complementari ma mai ancelle della prima voce: Andrea Lanni alla voce solista fuor di registro lirico, Gianluca Lescarini, voce e chitarra elettrica, Mirko Valle alla chitarra, Toti Musto al basso ed Elvis D’Amico alla batteria. Quello che ha colpito da subito il folto pubblico intervenuto (e dopo pochi minuti entusiasticamente partecipe anche con evoluzioni tersicoree) anche solo a livello percettivo e senza pignoleria, è stata la assoluta capacità del gruppo di rendere la levità, la scanzonatezza e la malinconia, lo spleen profondo della tradizione canora napoletana classica ma senza che questa proposta abdicasse da un battage ritmico “malandrino”, a volte solidamente scolpito, altre ammaliato da nuances quasi jazz, fino a morbidezze addirittura slide guitar-blues. Musica alta, buona e schietta, canticchiabile in ogni ambito eppure mai svestita dell’importanza che appartiene ai grandi generi, quelli universali, quelli che, dal “padre” ideale Arbore hanno portato i Tammurriata mea, con l’innesto felice della componente lirica, ad attirare l’attenzione di numerosissimi estimatori. Grazie anche ai social, costoro hanno scoperto ed apprezzato il valore totemico di melodie che, di volta in volta, rammentano una patria lontana, ne rinverdiscono gli allori anche per chi non l’ha mai abbandonata o, più semplicemente, ammaliano gli animi di chi non ha rinunciato a versare una lagrima o vivere un fremito dionisiaco sotto cieli ideali a cui solo il pennacchio del Vesuvio sa dare quell’indefinito colore di vita vera. Chapeau.
Giampiero Casoni