Il vicepresidente della Provincia, Andrea Amata, e ‘l’Italia provvisoria’

Vicepresidente della Provincia di Frosinone, esponente di spicco di Alternativa Popolare, Andrea Amata, vanta un lungo percorso all’interno delle amministrazioni locali.

Non solo, è anche autori di interessanti saggi sulla contemporaneità che vale la pena leggere, ma soprattutto, ha rivelato un piglio critico capace di mettere in discussione e mettersi in discussione.

Il problema cruciale? Questa ‘Italia provvisoria’…

Oltre al ruolo di vicepresidente ha due deleghe importanti, quella alle politiche di sviluppo economico e quella per la difesa del suolo. Per quanto riguarda lo sviluppo economico, la provincia di Frosinone sta vivendo una delle più difficili stagioni di crisi. Cosa può fare la Provincia e quali sono le maggiori criticità del territorio?

“Le rispondo evidenziando, non parlandole al futuro, di cosa può fare la Provincia, ma di cosa ha fatto. La Provincia è stato l’Ente da cui è partito l’iter per il riconoscimento dell’Area di Crisi complessa, che prevede la possibilità di favorire investimenti ed insediamenti produttivi sul territorio, con uno sguardo importante rivolto anche alle infrastrutture. Senza contare che questo riconoscimento ha permesso di sbloccare provvedimenti a favore dei lavoratori delle aziende in crisi che stavano perdendo gli ammortizzatori sociali”.

Ci sono altri strumenti oltre agli ammortizzatori sociali per affrontare l’emergenza occupazionale?

“L’emergenza occupazione è figlia di un sistema produttivo che arranca. Ecco perché il lavoro riparte se riparte la produzione. Fca e l’indotto dell’automotive lo dimostrano. Lo dimostrano anche altre aziende interessate a rilevare siti della nostra provincia, come il gruppo turco della Siderpali. Strumenti come l’Area di crisi complessa, uniti a legislazioni sul lavoro che prevedano contrattazioni decentrate possono favorire l’occupazione. A patto però che ci sia capitale umano capace di adattarsi alle necessità di un mercato che sta cambiando che è refrattario alle rigidità. Ecco perché è fondamentale anche la formazione”.

In questi anni, il ruolo delle Province è profondamente cambiato, pensa sia stata una riforma valida oppure si poteva procedere con un ammodernamento strutturale diverso?

“Credo che i risultati stanno dimostrando che la riforma delle Province sia stata un errore, soprattutto se la riforma è stata condotta in questo modo. Attualmente abbiamo competenza su strade, scuole e ambiente, ma senza risorse finanziarie e personale dimezzato. Molti enti si trovano al collasso economico e prospettano chiusure di strade e scuole. Ci si è fatti prendere la mano dalla mania di rincorrere il populismo dilagante che non è uno strumento di governo efficace. Attualmente il risultato di questo intervento governativo più di pancia che di testa è che a pagare i tagli sono i cittadini”.

La provincia di Frosinone vive di molte emergenze, anche dal punto di vista ambientale e infrastrutturale. Cosa pensa della gestione dei rifiuti e della possibilità di far convergere sugli impianti ciociari i rsu della Capitale?

“Penso che sia un errore e soprattutto un’offesa al nostro territorio che da questo punto di vista ha già dato. La provincia di Frosinone è una terra ricca di cultura, ambiente, turismo, non è la terra dell’immondizia, soprattutto l’ancora di salvataggio di Roma per l’incapacità dei suoi amministratori grillini. Non siamo disponibili ad importare l’emergenza di altri territori, perché abbiamo dimostrato autosufficienza nella gestione del processo di smaltimento dei rifiuti e non vogliamo alterare il nostro equilibrio, causando impatti nocivi dal punto di vista ambientale”.

Transizione uguale precarietà, nel mondo del lavoro, nella funzione sociale dei singoli e delle collettività e soprattutto nella politica. Ci può spiegare meglio il tema del suo ultimo saggio “Italia provvisoria”?

“Nel mio saggio evidenziavo come il nostro sistema politico sia immerso in una transizione permanente che ci rende più vulnerabili rispetto alle moderne democrazie europee dotate, invece, di stabilità sistemica. Sono anni che le aule parlamentari tracciano disegni di riforma costituzionale che rimangono inattuati e inibiti nel cloroformio assembleare, provocando un deficit politico che rischia di accrescere la forza d’urto del populismo. La politica per recuperare la fiducia popolare deve superare la transizione invariata e avariata e dare compiutezza al cambiamento, perché sono anni che il sistema politico riconosce i propri limiti ma non riesce ad emendarli certificando un’impotenza che lo rende ostaggio delle proprie inibizioni”.

In un suo precedente volume, addirittura del 2005, aveva anticipato alcuni temi che sono entrati nell’agenda europea, come globalizzazione e terrorismo. Da quali spunti è partita la sua riflessione?

“La mia riflessione si è originata dall’attentato delle Torri Gemelle di New York nel 2001 che venne sferrato in modo plateale e in diretta tv, turbando con virulenza la mia coscienza di cittadino. Numerosi atti terroristici si sono susseguiti lasciandoci un’eredità morale suggellata dal sangue a cui non possiamo essere indifferenti.
L’agenda europea oggi vede fra le sue priorità la gestione dei flussi migratori e la lotta al terrorismo.

L’Italia non può gestire in solitudine un fenomeno esponenziale che si incrementa a ritmo inarrestabile dal nord Africa. La disponibilità all’accoglienza si esaurisce per ragioni sociali ed economiche, pertanto l’Europa non può continuare come lo struzzo a tenere la testa conficcata nella sabbia.

Il Trattato di Dublino, che impone al paese membro in cui si palesa il profugo di non consentirgli di andare altrove, è espressione di una visione egoista che carica sulle spalle di una nazione il peso crescente dei migranti. Dunque, va disdetto per autorizzare una risposta più equa nella distribuzione del flusso che impatta principalmente nel Paese, l’Italia, dirimpettaio del continente africano.

La stabilizzazione del quadro Libia è una premessa fondamentale per gestire la corrente migratoria, distinguendo il profugo, con diritto di asilo, dal clandestino, mentre la persistenza del caos nel teatro libico agevola il traffico illegale di migranti e l’ingresso di irregolari. L’Unione Europea deve intraprendere un’azione più incisiva in materia di immigrazione, rispettando l’intuizione dei suoi padri fondatori che sulla solidarietà e la condivisione hanno innalzato il progetto comunitario.

La lotta al terrorismo accumuna tutti i paesi democratici che non possono tollerare che la convivenza pacifica venga sequestrata da una minaccia che si insinua nella società ospitante. In questo senso l’Italia ha dimostrato di avere un servizio di intelligence efficiente, ma il coordinamento con i partner europei va potenziato per rendere inoffensive le minacce del fanatismo”.

Immigrazione, diritti sociali e civili, emergenza rifiuti, questa provincia vive in prima persona tutti gli argomenti caldi dell’Italia e dell’Europa, c’è un sistema per ricostruire un’identità territoriale e magari provare ad uscire dalla marginalità e dalla crisi?

“L’identità territoriale non può prescindere dalla riscoperta della nostra storia e delle nostre tradizioni, siano esse di natura culturale ma soprattutto economica. Penso per esempio alla Valcomino, il mio territorio, che deve per necessità pensare al proprio futuro mettendo al centro politiche green e di valorizzazione del sistema agricolo locale. Le risorse vincolate alla nostra geografica, dunque non de localizzabili, rappresentano la forza su cui dobbiamo far convergere investimenti e renderle attrattive. Occorre agire smontando l’alibi temporale di chi declina al futuro ogni politica, mentre dobbiamo operare sulla base di un futuro presentificato”.

di P. Caramadre