L’arte è una missione per trasmettere valori positivi, intervista con l’attrice e autrice Claudia Conte

“Fare arte è una missione, non serve ad avere successo, ma a trasmettere messaggi e valori. Chi non comprende questo non è un artista”. Claudia Conte è una giovanissima attrice e una scrittrice. Anagraficamente ha soltanto 25 anni, ma vanta già una lunga esperienza nel teatro, nel cinema e nella scrittura. Autrice di una raccolta di poesie e di due romanzi, ha un sorriso raggiante e un tono di voce cadenzato che colpisce.  “I successi effimeri non mi interessano, cerco la qualità e voglio migliorarmi ogni giorno”, ecco Claudia Conte che abbiamo incontrato ad Aquino suo paese di origine.

Sei giovanissima eppure ha già una lunga esperienza nel mondo dello spettacolo e dell’arte.

“Sono solo all’inizio, per me è sempre un nuovo inizio e un punto di partenza. Il lavoro nell’arte, nella cultura in genere, ti porta ad essere sempre in crescita. In questo credo sia il senso della mia vita: cercare sempre di superarmi a livello artistico, umano e spirituale. Il mio è un percorso in salita”.

Come è nata la tua passione per l’arte?

“Ero una ragazzina che veniva dalla provincia ,non avevo il sogno di diventare attrice. I miei genitori non erano appassionati di spettacolo, e io ho iniziato come atleta avendo fatto per dieci anni ginnastica artistica a Cassino. Poi si è palesata l’opportunità di frequentare un corso di teatro e l’ho fatto più per curiosità che per altro. In quel corso, ho capito quale fosse la mia strada. Sono rimasta molto colpita da Amedeo Di Sora che è stato il mio maestro. E’ stato il primo artista a tutto tondo che ho incontrato nella mia vista. Un poeta, un autore, un attore, un regista. L’incontro con lui è stato determinante per far nascere in me la visione dell’artista completo capace di spaziare in tantissimi campi del sapere proprio come gli umanisti. Essere un artista è per me vivere la vita come un artista. Non lo sei solo sul palcoscenico ma in ogni istante della vita, significa sviluppare quella sensibilità che ti mette in relazione con gli altri. Osservare l’altro è per me fonte di ispirazione sia per i personaggi da interpretare, sia per le storie che scrivo”.

Quanto sono importanti gli incontri giusti? Ad esempio il tuo con Amedeo Di Sora?

“Sono entrata nella sua compagnia di teatro e ho debuttato con una tournée in cui portavamo in scena ‘Il canto del cigno’ tratto da Anton Cechov. Di Sora ha adattato il testo originale trasformando alcuni personaggi, il vecchio suggeritore, in particolare, si è trasformato nella giovane suggeritrice. Un ruolo straordinario che ho interpretato con passione riconoscendomi nella sua determinazione a voler realizzare il sogno di diventare un’artista. Fare arte è per me una missione. Apparire non mi interessa”.

Qual è la missione dell’artista?

“Dare dei messaggi attraverso l’arte. Sento di poter spaziare in diversi ambiti e di poter utilizzare più strumenti  artistici e culturali. Il mio impegno è quello di parlare dei valori, quelli forti e fondanti, quelli che oggi stentiamo a riconoscere. L’individualismo sfrenato che vedo intorno a me non mi interessa e non mi piace. Possiamo dimostrare di essere migliori.  Non mi interessa il successo, non mi interessa scendere a compromessi voglio fare un percorso in salita sfruttando quelle che sono, forse, le mie. Voglio conquistarmi la mia libertà, la mia indipendenza, la mia autonomia. Perché lo star system fa scattare meccanismi che rischiano di fagocitarci”.

A proposito di compromessi e di star system, nelle ultime settimane è esploso il caso Weinstein. Cosa ne pensi a riguardo?

L’abuso di potere c’è in tutti i campi, ma qui si rischia di far finire tutti in un calderone che non aiuta nessuno e non fa emergere le reali situazioni. Anche a me è capitato di ricevere la proposta di un provino in albergo, ma non sono andata. Si può dire di no, ci si può difendere se si ha la certezza di poter contare sulle proprie capacità, sul proprio impegno e sulla propria onestà senza cercare scorciatoie.

Finora ci siamo scontrati in una guerra dei mondi, in una guerra di generi. Attrici che si sono sentite abusate e illuse nella speranza di lavorare si sono lasciate andare, dall’altra parte, chi ha abusato del potere per sfruttare le situazioni. Questo ha prodotto una grande crisi nel mondo dello spettacolo che ha fatto emergere quanto il confine tra abuso, violenza e avances sia sottile. Il mio auspicio è che dalle dinamiche psicologiche che si sono innescate dallo scontro si possa costruire un nuovo incontro, una riconciliazione tra i due mondi. Eliminiamo queste dinamiche attraverso un codice comportamentale completamente diverso che cancelli l’idea della scorciatoia e premi il merito. Solo così le cose potranno davvero cambiare”.

“Il vino e le rose”, il tuo ultimo romanzo parla di donne e lo hai definito un saggio travestito da romanzo. In che senso?

La presentazione ad Aqunio

“Sono stata felicissima di presentare il mio libro ad Aquino il mio paese di origine che trovo molto trasformato grazie ad un bel fermento culturale. I miei lavori si costruiscono da soli. Non c’è mai una scaletta. E’ un work in progress. Il vino e le rose è nato come la storia di tre donne, e attraverso le loro vite ho avuto la possibilità di toccare temi attuali e sociali che riguardano i giovani. Le tre ragazze crescono insieme e vivono le problematiche delle nuove generazioni  con i mass media e di come influenzino le loro esistenze. Poi, le tre ragazze crescono e si trovano ad affrontare la ricerca di un lavoro per trovare una propria autonomia e confrontarsi con il mondo degli adulti. Non manca l’amore, vissuto nell’epoca della precarietà del lavoro, e altri problemi come la tossicodipendenza. Le ragazze diventeranno donne e si troveranno a fare i conti con la scomparsa dei propri cari  e quindi la ricerca del senso della vita, il confronto con la fede, il terrorismo che ci spaventa e ci condiziona. Un caleidoscopio. Tutto ciò che accadeva nella realtà lo trasponevo nel romanzo che è diventato un po’ un saggio del nostro presente”.

Claudia con il sindaco di Aquino Libero Mazzaroppi

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Sto presentando Il vino e le rose un po’ in tutta Italia, presto sarò a Bologna, poi di nuovo a Roma, a gennaio a Sperlonga e poi sto scrivendo alcune sceneggiature”.

Quanto sono stati importanti i tuoi genitori?

“La mia famiglia all’inizio non voleva che intraprendessi questa strada, poi quando si sono resi conto che era questo il mio percorso mi hanno sostenuta e continuano a farlo come possono. Anche quando non mi capiscono, anche quando mi isolo nelle mie riflessioni.  Ogni volta che torno a casa sento sempre un pizzico di malinconia, magari quando alcuni affetti importanti non ci sono più. Le cose cambiano ma bisogna essere come Siddhartha andare per tornare indietro”.

Il tema del viaggio e del ritorno sarà al centro di un tuo prossimo lavoro?

“Esattamente, il tema del ritorno come in Ulisse che porterò in scena con un progetto bellissimo e affascinante di Valerio Massimo Manfredi. Lo spettacolo, Il mio nome è Nessuno, è il viaggio metaforico della vita in cui interpreterò tutti  i ruoli femminili: Penelope, Nausicaa, le sirene e la maga Circe”.

Paola Caramadre