Lo scrittore alatrense Patrizio Minnucci devolverà l’intero ricavato dei suoi “fantasmi di Flaubert” all’ospedale San Benedetto di Alatri

Non vincerà il virus dell’indiffferenza. Le sirene dell’ospedale alatrense hanno suonato e lo scrittore Patrizio Minnucci ha raccolto il grido. Ad annunciarlo lo stesso Minnucci sulla sua pagina facebook: “ Il ricavato delle vendite de ‘I fantasmi di Flaubert’, edito Fermenti, sarà interamente devoluto all’ospedale San Benedetto di Alatri”. Un libro per sostenere la speranza, forse è proprio questo il significato più nobile della cultura. Poco si può fare per fronteggiare un evento potenzialmente disastroso come una pandemia, ma sono queste piccole gocce a sconfiggere il triste “ognuno per sè, Dio per tutti”. Il bene dello scritto d’autore che centuplica le forze di chi è in prima linea e ne sostiene mirabilmente il coraggio. Le belle parole salvano l’anima, ma a far girare il mondo è la silenziosa aita di chi si limita a fare il suo mestiere e trarne un capolavoro di umanità. Tra Grand Guignol e storie di funghi investiti del ruolo di assassini politici, fra romanzo smart e racconto ampio, ‘ I Fantasmi di Flaubert’ di Patrizio Minnucci coglie nel segno e lo fa utilizzando una formula che parte dal caos ed arriva al logos. Faccenda difficilissima, sulla quale da sempre, a studiare lo storico passato di queste formule, lo spettro della illegibilità aleggia maligno da sempre. E invece Minnucci riesce a fare una cosa che vien bene a pochi: partendo da uno zibaldone di situazioni, analisi ed angolazioni narrative tratte, come una gemma tagliata ottiene un prodotto che approda alla sua omogeneità finale in maniera naturale, quasi ci scivola e fa quello che ogni buon libro deve fare per statuto: seduce il lettore, lo rapisce e si fa leggere come un cavallo selvaggio ma che concede l’opportunità a chi vi monta in arcione di diventare domo per un tragitto definito. Ma resta selvatico: dalle amanite che uccidono il povero Cla Cla Cla, al secolo Druso Claudio Germanico, quarto imperatore a contare Augusto di una dinastia persa fra complotti e grandezza, nonché storico balbuziente che consegnò il potere a Nerone per colpa della sua ghiottoneria da vecchio priapista, fino alla macelleria quasi splatter degli omicidi nella Germania weimeriana in cui i giovani diventano quarti di carne da rivendere al mercato degli orrori. Questo, questo ed altro, passato al filtro arditissimo di una concezione letteraria in cui Minnucci prende la forma e la fa diventare sostanza, racconta con stile assoluto e conduce alla sostanza del narrato con una bellezza evocativa che seduce chi legge. E proprio quel fascino stilistico non fa pesare alcuni passi di minimalismo, utilizzati come rampa per approdare ad altre storie e mai traducibili in sintomo di affanno evocativo. Maniera e logos si uniscono e procreano insomma. Da leggere, se tutto d’un fiato o se a piccole dosi poco importa, dato che accadrà tutto secondo una logica dell’opzione che in questi tempi bui lascia tempo, molto tempo alla coltura della cultura ed alla riflessione su quanto sia importante usarla come trampolino per fare del bene.

Monia Lauroni