Mao in chiesa a Roccasecca, l’artista Bonaventura: “polemica ridicola”

Tommaso Bonaventura è un artista di fama internazionale che ha accolto l’invito di Giulio Di Sturco ad esporre una delle sue opere in un luogo lontano dai grandi circuiti culturali, in una piccola cittadina.

Il fotografo non avrebbe mai immaginato che la sua opera potesse sollecitare questo tipo di reazione. Che cosa è successo? Nell’ambito del festival Internazionale Imag’Inart che si è tenuto a Roccasecca dall’11 al 13 agosto è stata esposta l’opera If I Were Mao.

L’opera che utilizza l’ironia per dissacrare il potere e destrutturare il culto della personalità è stata allestita nella chiesa di San Tommaso. Qualcuno che, probabilmente, non ha avuto gli strumenti per leggere l’arte di Bonaventura ha gridato allo scandalo sostenendo che l’immagine di Mao Tse Dong non potesse stare in un luogo di culto cattolico. Questo è l’antefatto, almeno così come è stato rappresentato sui social network e sui media.

Per capire meglio l’opera abbiamo raggiunto telefonicamente Tommaso Bonaventura che ci ha raccontato il suo percorso artistico.

Si aspettava questo tipo di reazione?
“Quando abbiamo discusso l’allestimento dell’opera mi ha stupito positivamente che il sito fosse una chiesa consacrata. Mi è sembrato il segno di una grande apertura mentale. Mi è parso straordinario che la chiesa aprisse le porte all’arte contemporanea. In fondo le chiese sono anche, e soprattutto, luoghi d’arte ed è importante che accolga anche l’arte d’avanguardia. Le polemiche che ho ascoltato in questi giorni credo che arrivino da persone che non hanno proprio visto la mostra. Ed è questo che mi ha stupito più di tutto, ho fatto un incontro con i visitatori per illustrare l’opera e mi sono sempre detto disponibile a parlarne, ma nessuno ha chiesto la mia opinione prima di voi. Il bello dell’arte è che genera confronto e sollecita un dialogo. In questo caso non c’è stato”.

Cosa rappresenta If I Were Mao? Spieghiamolo a chi non ha visto la mostra.
“La polemica mi è sembrata talmente ridicola che non riesco nemmeno a rispondere. Per me lo stupore positivo dovrebbe derivare dal fatto che non è usuale che una chiesa ospiti arte contemporanea. Il lavoro che ho ideato è pensato per prendere in giro il potere e il fatto che un’opera dissacrante venga letta come una propaganda del Maoismo mi sembra davvero impensabile. Parlano di Mao ma non hanno visto la mostra e quindi non sanno che si tratta di ritratti di tre sosia del ‘grande timoniere’ che sono stati interpreti di film incentrati sulla figura di Mao Tse Dong”.

Queste reazioni mi hanno dato l’idea di una società incapace di leggere tra le righe, di interpretare. É così?
“Non credo che sia soltanto questo, a me sembra che si tratti di una polemica di bassa politica e che l’arte non c’entri niente e mi fa anche tenerezza che vi si dia enfasi”.

Come mai ha accettato di partecipare ad un festival di grande levatura ma in un circuito molto piccolo?
“Al di là dell’amicizia che mi lega a Giulio Di Sturco, io credo che, oggi in questa era sempre interconnessa, sia importante portare l’arte anche nei piccoli centri, ovunque ci siano persone disponibili al dialogo. Il dibattito in piazza è stato molto ricco e tutti hanno partecipato comprendendo il significato dell’evento. Tutte le persone che hanno visitato la mostra hanno compreso la straordinaria occasione data al loro territorio. Ho tenuto un incontro in cui ho raccontato del mio lavoro e nessuno vi ha letto un atto provocatorio nei confronti della chiesa. Il festival è stato un successo con una partecipazione che è andata al di là delle aspettative degli organizzatori”.

Ai detrattori roccaseccani cosa potrebbe dire?
“Ho usato l’ironia. In questo lavoro che non fa altro che inserirsi nel solco tracciato da Andy Warhol. Non dimentichiamo mai che l’ironia è una delle armi più incredibile che abbiamo. Possiamo dissacrare il potere attraverso l’ironia ed è questo il messaggio della mia opera”.

di Caramadre e Nardelli