Montecassino – Celebrata la solennità di San Benedetto

"I monaci siano traccia luminosa dell'amore di Dio", l'omelia dell'abate Ogliari

L’abbazia di Montecassino ha celebrato la solennità di San Benedetto. La solenne celebrazione si è tenuta ieri mattina e ha segnato la conclusione dei festeggiamenti per il patrono primario d’Europa iniziati lo scorso 2 luglio.

Una cerimonia sentita che riallaccia i fili tra il fondatore del monachesimo occidentale e la sua comunità. Molti i concelebranti provenienti dalle diocesi vicine e molti i fedeli che sono saliti a piedi, ben rappresentati gli oblati di Montecassino e le comunità femminili di Cassino. Tra i presenti il vescovo emerito monsignor Panico e la comunità monastica di San Vincenzo al Volturno.

La santa messa è stata officiata dall’abate don Donato Ogliari che nell’omelia ha sottolineato il valore ancora attuale degli insegnamenti contenuti nella regola di San Benedetto: “Il verbo “correre” doveva piacere molto a san Benedetto. Nel solo Prologo alla sua Regola, nel quale annuncia il suo programma monastico, lo utilizza tre volte, a cominciare dalla citazione giovannea: «Camminate mentre avete la luce, perché le tenebre non vi sorprendano».
Sempre nel Prologo, poi, Benedetto applica il verbo “correre” alla vita monastica, che definisce «vita di luce», e lo associa alla «indicibile dolcezza dell’amore», che è l’anima della vita monastica.
È proprio su questi due accostamenti che vorrei soffermarmi brevemente, per cogliere la profonda sapienza in essi racchiusa, sapienza che parla non solo al cuore di chi è stato chiamato alla vita monastica, ma anche a quello di tutti i credenti in Cristo. […]
Nell’esortare i suoi monaci a vivere con responsabilità il tempo loro concesso su questa terra, Benedetto scrive: «Durante questa vita di luce, dobbiamo correre, impegnandoci a fare ora quello che ci sarà utile per l’eternità» (Prol. 43-44).
I monaci che nei primi secoli dell’era cristiana avevano scelto di ritirarsi nel deserto, credevano che se fossero riusciti a combattere e sconfiggere l’oscurità del male in quei luoghi desolati e inospitali – nei quali si riteneva che i demoni preferissero dimorare –, ci sarebbe stata più luce anche nel mondo intero. […]

Anche Benedetto, in particolare all’inizio della sua vita monastica, aveva dovuto ingaggiare una lotta serrata contro il Tentatore. […]
La “grotta buia” è metafora delle prove e delle tentazioni con le quali chiunque desideri porsi alla sequela di Gesù deve prima o poi confrontarsi. Ci sono prove e tentazioni provocate dall’ostilità del Maligno, che cerca di ostacolare in tutti i modi la nostra amicizia con Gesù, ma vi sono anche prove e tentazioni che sono causate dalla nostra insipienza e dalla nostra poca fede, così come vi sono prove e tentazioni che il Signore permette – a mo’ di potatura, come ci ha ricordato il vangelo – affinché la nostra vita cristiana fruttifichi maggiormente.

Tuttavia, è proprio nella “notte fonda” delle prove e delle tentazioni che la fede del credente, se autentica, si forgia ed emerge in tutta la sua luminosità, come le stelle, appunto, che più la notte è oscura e più appaiono in tutta la loro lucentezza.
Benedetto, dunque, desidera che i suoi monaci conducano una “vita di luce”, che siano “uomini della luce”, capaci, cioè, di intercettare e testimoniare la presenza luminosa del Signore anche là dove le tenebre sembrano avere il sopravvento e oscurarla.
Ma per condurre una “vita di luce” bisogna che essi non allentino la lotta contro le fascinazioni del male, né soccombano alla sottile tentazione di una vita facile e mediocre, fatta magari di osservanze esteriori puntuali, ma priva della luce gioiosa dello Spirito Santo, quella luce che fa, appunto, correre sulla via del Vangelo. […]

Sì, il monaco è chiamato ad essere una “fiamma vivente”, una traccia luminosa dell’amore fedele di Dio per l’umanità. Soprattutto nelle nostre società occidentali, spaesate e infarcite di passioni tristi che generano incertezza e paura, vi è bisogno di uomini che riflettano la luce beatificante del Cristo e del suo Vangelo.
Sentiamoci dunque sospinti – monaci e credenti tutti – ad attingere da quella “luce vera” che dà senso al nostro cammino impedendoci di atrofizzarci; che riscalda il nostro cuore mantenendo viva la fiamma della speranza e il fuoco sempre nuovo della carità; che rinnova in noi la fiducia nel futuro di grazia con cui Dio ci viene sempre incontro.

Correre nella “indicibile dolcezza dell’amore”
Il secondo accostamento, riguardante l’applicazione del “correre” alla “indicibile dolcezza dell’amore”, è inserito in un’esortazione rivolta da Benedetto ai suoi monaci affinché non si lascino prendere dallo sgomento se la via intrapresa può inizialmente apparire stretta, dura, difficile. Occorre perseverare – continua Benedetto – perché «con l’avanzare nella vita monastica e nella fede, il cuore si dilata e con indicibile dolcezza d’amore si corre sulla via dei comandamenti di Dio» (Prol. 49). […]

Luce e amore, carissimi fratelli e sorelle, sono due aspetti della medesima essenza di Dio, perché – come ha scritto l’apostolo ed evangelista Giovanni – “Dio è amore”, e proprio questo è anche “luce” (cf. 1Gv 4,8.16; 1,5).
Non c’è dunque “vita di luce” che non sia irrorata dall’amore che proviene da Dio, e non c’è amore autentico nei nostri gesti se non quando esso lascia tracce di infinito, generando armonia in noi e attorno a noi.
Di questa luce e di questo amore sia permeato il nostro cammino e sia sostenuta la nostra quotidiana corsa incontro a Gesù a ai fratelli”.