Imag’Inart, intervista al direttore artistico Giulio Di Sturco

Giulio Di Sturco è un ragazzo alla mano, sereno, parla della sua famiglia con un certo orgoglio, parla altrettanto con orgoglio della sua vita, dei suoi viaggi, del suo percorso.

Di mestiere fa il fotografo e ha ottenuto riconoscimenti internazionali. Con alcuni amici si è lasciato coinvolgere dall’idea di portare il suo mondo attuale nella sua terra d’origine e di farli intrecciare e vedere l’effetto che fa.

Il risultato è stato un successo di pubblico e di critica e anche sul fronte delle polemiche non ci si è fatti mancare niente. Il tutto ben al di là delle più rosee aspettative. O forse dovremmo dire rosse, in questo caso?

Imag’Inart è stata l’occasione per realizzare questa intervista al vincitore del World press photo nel 2009.

Una carriera costellata di riconoscimenti. Come si diventa Giulio Di Sturco?

“Vengo da una famiglia di fotografi, mio padre e mia sorella sono fotografi tra Cassino e Roccasecca. Quindi, era un percorso quasi tracciato. Ad un certo punto mi sono trasferito a Roma per studiare e lì ho capito che la fotografia poteva essere altro e così è cominciato un percorso abbastanza fortunato in cui ho incontrato persone che mi hanno aiutato a crescere. E poi ho lavorato, lavorato e lavorato. Per me, in effetti, non è un lavoro. Fare fotografia mi rende felice. Per me è viaggiare, conoscere. Non c’è una bacchetta magica. Ho avuto delle occasioni che ho saputo riconoscere e sfruttare abbastanza bene fino ad arrivare a vincere premi. Il mio percorso è in evoluzione. Ho avuto la fortuna di iniziare presto e di vincere il world press abbastanza giovane”.

A chi ti ispiri nel tuo lavoro? Hai uno stile che segui?

“Negli anni sono cambiato e anche lo stile si è evoluto e continua a cambiare. I miei maestri restano sempre gli stessi come Paolo Pellegrin. Il mio stile personale è in evoluzione e cambia con il tempo”.

Perché realizzare Imag’Inart a Roccasecca?

“Tutta la mia famiglia è legata al territorio, uno dei miei amici di sempre da tempo mi chiede di fare qualcosa in questi posti e alla fine mi hanno convinto. In fondo, i principali festival di fotografia si svolgono in posti piccoli. La cornice di un borgo è sicuramente più affascinante e poi Roccasecca è tra Roma e Napoli, ci è sembrata la location perfetta. Abbiamo racchiuso tutto l’evento nel borgo del Castello dove abbiamo avuto la possibilità di aprire luoghi chiusi da anni. Per me è stato un momento importante. Abbiamo lavorato in prima persona per pulire, sistemare,  e abbiamo contribuito a restituire il territorio alla comunità. Abbiamo sperimentato con la prima edizione di Imag’Inart, ma Roccasecca ha dimostrato che si potrebbero realizzare miliardi di altre cose ed eventi”.

La prima edizione del festival cosa potrebbe rappresentare per il territorio? Una tappa in un percorso oppure un evento isolato?

“L’idea è quella di aver iniziato un percorso importante per questo territorio. Tutte le polemiche che ci sono state ci hanno anche aiutato e hanno creato tanto movimento. Per il futuro vedremo. Vogliamo creare un percorso che potrebbe essere in continua evoluzione”.

Che tipo di reazione ti aspettavi da Roccasecca?

“Non mi aspettavo una simile risposta. Non vivendo a Roccasecca da quasi vent’anni ero scettico della risposta del pubblico e invece sono arrivati tantissimi giovani della zona e da tutta Italia ci sono stati visitatori che hanno apprezzato l’alto potenziale turistico di un luogo come Roccasecca. La risposta è stata di molto al di sopra delle aspettative”.

E le polemiche erano previste?

“Ci hanno dato piena libertà di espressione e sinceramente l’opera di Tommaso Bonaventura (leggi l’intervista all’artista) allestita nella chiesa di San Tommaso non mi è sembrata una cosa tanto rivoluzionaria. Le chiese sono da sempre il luogo dell’arte. L’idea di partenza della mostra era quella di aprire un dialogo, ma se i detrattori non sono venuti a vederla la mostra, come si fa a creare un confronto? Anche nella mia famiglia, qualche zia particolarmente religiosa ha avuto un po’ da ridire, ma sono venute a vedere la mostra e ne abbiamo parlato e alla fine hanno apprezzato l’opera. Per il resto sono fatti loro, non puoi far contenti tutti. La cosa che mi dispiace è che le critiche non sono dirette alla mostra. Da queste tre persone, perché tante sono, ci sono state critiche prima dell’inizio del festival e credo che ci sarebbero state comunque perché non sono legate all’arte ma a beghe politiche che non conosco e non voglio conoscere. Avrei preferito che quelle tre persone fossero venute a vedere la mostra e tutto si sarebbe risolto in modo molto civile. Abbiamo portato a Roccasecca opere di altissimo livello, finalmente a Roccasecca sono arrivati visitatori da tutta Italia e non solo. La città ha respirato un clima diverso nei giorni del festival. Mi sembra ridicolo quello che è successo. Io sarei stato contento se qualcuno avesse acceso i riflettori sulla mia città. E poi, la direzione artistica della mostra è mia e l’opera è di Tommaso Bonaventura, perché nessuno è venuto a parlare con noi? Perché vanno ad intervistare il sindaco? La cosa più bella che è successa nei giorni del festival, sai qual è stata? Vedere tanta gente entrare nella chiesa di San Tommaso e osservare i loro volti carichi di stupore. Perché dopo dieci anni finalmente siamo riusciti ad aprire quel luogo. Siamo andati noi, la mia famiglia, a pulire, a sistemare per renderla accogliente e permetterne l’apertura. A me basta questo”.

di Paola Caramadre